Una storia vera dalle prigioni siriane

Un racconto di notte

Improvvisamente, la porta della mia cella nella prigione segreta si aprì. Erano circa le 3 di notte.  La guardia mi ordinò di seguirlo. Dopo circa cinquanta passi, aprì la porta di un’altra cella ed entrò dentro prima di me, poi prese la mia mano e mi trascinò dietro di lui. Mi tolse la benda dagli occhi e sussurrò: “Tornerò tra un’ora per riportarti alla tua camera” (nelle prigioni siriane, la cella solitaria è chiamata “Camera”).  Mi indicò un angolo vuoto e disse: “siediti e racconta una storia a questo bambino”. In quel luogo stretto (2 x 2 m), c’era una donna che poteva avere circa trent’anni. La guardia uscì dalla cella e chiuse la porta, ordinandomi di non parlare a voce alta per timore che uno dei suoi colleghi potesse sentire e farci finire a Tadmur (la più temuta prigione politica Siriana, situata nel deserto della Siria dell’est). Salutai la donna, ma lei non rispose. Lei era seduta tutta piegata, terrorizzata, come se stesse cercando di proteggersi da un pericolo imminente. Dissi rassicurante: “non abbiate paura sorella, io sono un prigioniero, come voi”.

Dopo un breve silenzio, chiesi da quanto tempo si trovasse lì. “Sei anni” rispose lei. Guardai il bambino, che aveva quattro anni, e capii che era stato concepito e partorito in carcere. Le chiesi perché fosse in quel ramo di sicurezza della prigione. Ella rispose, con gli occhi pieni di lacrime: “Sono un ostaggio”. Mi sedetti davanti al figlio e chiesi il suo nome. Non rispose. Sua madre mi disse che non aveva ancora un nome vero, perché non era mai stato registrato, ma lei lo chiamava “Anis”.  ”Ti racconterò una storia, Anis. C’era una volta un uccello, un uccello colorato che era veramente bravo a cantare”.  Anis mi interruppe e mi chiese: “che cosa è un uccello?”. Rimasi in silenzio per un po’ e poi decisi di cambiare storia. Iniziai: “il sole sorgeva sopra la montagna”, ma le sue espressioni facciali indicavano sorpresa e  incomprensione. Sua madre mi disse: “Anis non è mai uscito fuori dalla questa cella, quindi non capisce di cosa si sta parlando”, poi scoppiò a piangere.

Ero perplesso, non sapevo che cosa fare,  se dovevo raccontare una storia a questo ragazzo  – e capivo che era una impresa impossibile -, oppure se dovevo consolare la madre la cui dignità era stata violata e gli anni migliori della sua vita erano stati sprecati in quel luogo soffocante, insieme ad un bambino. Forse un giorno avrebbe lasciato quel posto terribile insieme a suo figlio e sarebbe tornata in un mondo che non mostrerà alcuna misericordia ad entrambi. Io ero congelato in un angolo lontano da lei, la mia lingua incapace di dire qualsiasi parola, così mi sedetti. Dopo un po’, la guardia carceraria tornò per riportarmi alla mia cella.  Aprì la porta della cella e quando fu certo che nessuno dei suoi colleghi ci aveva visto, mi chiese se avessi raccontato una fiaba al bambino. Quando vide le mie lacrime, chiuse la porta e se ne andò.

Di Michel Kilo

Apr news

F APC-SY, Abdullah Alyasin

Michel Kilo  intellettuale siriano imprigionato per molti anni dal regime di Assad a causa delle sue opinioni politiche e per la sua opposizione al regime dominante.

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